“Canzone delle situazioni differenti” (commento di A.Morreale)

2489012La lunga intro musicale (1′ 18”), insolita per Guccini, fa presagire una situazione differente, particolare -a suo dire- “un fascinoso dialogo tra sordi”, con le caratteristiche della commedia musicale americana.
Il sound, però, non è da commedia musicale americana, ma ricalca quello in voga nel periodo degli anni ’70: è bello, lungo, acustico, ricco di effetti, con perfetta armonia tra gli strumenti e con gustabili virtuosismi vocali e musicali. La voce di Francesco, dalle originali trovate, ben si adatta ai toni bassi, come a quelli acuti. Da gustare, se possibile, ad alto volume.
Il testo presenta “una di quelle piccole modeste storie, che non sanno stare segrete, ma che non si chiamano poesie”, precisa l’autore. Ma che in realtà hanno i canoni della poesia, dico io: il numero di sillabe in ogni verso, le rime, il ritmo, le similitudini, le figure retoriche, …). Poesia in musica! Ed ha avuto per questo -tra gli altri- il premio Librex Montale “poetry for music” per la “canzone delle domande consuete”. Le strofe presentano versi a rima insolitamente incrociata (ABBA).
Cinque sono le storie e le situazioni, differenti l’una dall’altra, elencate man mano che la musica incede, e riferentesi a 5 sue donne di quegli anni: le due americane 1) Eloise Dunne (“scoprivo gli USA”) e 2) quella che col suo ballare il tip tap all’alba per le strade gli portava alla mente le commedie musicali americane (“tu non lo sai ma dentro me ridevo”). 3) La prima moglie , ossimoricamente definita, “lontana via nell’altra stanza”. 4)Una ragazza olandese (con la quale ha instaurato “il fascino di un dialogo tra sordi”), il cui nonno, famoso chissà cosa (forse architetto), era ancora in gamba ma dalla stramba concezione della vita, il patrigno un noto musicista, il padre forse era stato pittore e lei stessa figlia d’arte . 5) La ragazza di “Venerdì Santo” che usava con delicatezza il termine “donna” al posto di “cameriera”.
Forse qui è il momento di elencare tutte le donne che hanno influenzato la vita di Guccini, descritte nelle sue canzoni:
Roberta: la prima moglie. L’amica della festeggiata de “Il compleanno”, “Vedi cara”, “C. delle situazioni differenti”, “Eskimo”.
Eloise Dunn lieve invaghimento verso il 1970, per poi ritornare da Roberta: “L’orizzonte di K.D.”, “100 Pennsylvania ave”, “canzone delle osterie di fuori porta”, “c. delle situazioni differenti”.
ANGELA che dà alla luce l’unica figlia di Guccini, Teresa: “Via P.F.43”, “Farewell”, “4 stracci”, “canzone quasi d’amore” e “inutile”.
Raffaella che sposa il 21-4-2011. “Canzone delle colombe e del fiore”, “Vorrei” che le aveva dedicato nel 1996, “Certo non sai”, “stelle” (“incontrandosi e scontrandosi nel cielo dello Scorpione)”.
Betty Di Giusto (amica): “Incontro”.
ragazza di “Venerdì santo” e delle situazioni differenti.
“via dei poeti”: in questa osteria ci andava con una ragazza che le promise amore duraturo dopo avere ascoltato questa canzone, ma dopo 2 giorni lo lasciò. La stessa di “ti ricordi quei giorni?”, composta nel 1964.
“primavera ’59” : una ragazza sedicenne.

Canzone Delle Situazioni Differenti

Andammo i pomeriggi cercando affiatamento,
scoprivo gli USA e rari giornaletti. *
Ridesti nel vedermi grande e grosso coi fumetti,
anch’ io sorrisi sempre più scontento.

Poi scrissi il nome tuo versando piano sulla neve A
la strana cosa che sembrava vino , B
mi aveva affascinato il suo colore di rubino: B
perché lo cancellasti con il piede? (ass) A
La scatola meccanica per musica è esaurita, C
rimane solo l’ eco in lontananza, E
ma dimmi cosa fai lontana via nell’ altra stanza, E **
ma dimmi cosa fai della tua vita. C

O sera, scendi presto! O mondo nuovo, arriva!
Rivoluzione, cambia qualche cosa!
Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa
mia stanca civiltà che si trascina.

Poi piovve all’ improvviso sull’ Amstel, ti ricordi? *
Dicesti qualche cosa sorridendo;
risposi, credo, anch’io qualche banalità scoprendo
il fascino di un dialogo tra i sordi.

Tuo nonno era un grand’uomo, famoso chissà cosa,
di loro si usa dire “è ancora in gamba”.
Mi espose a gesti e a sputi quella “weltanshauung” sua stramba 6*
puntando come un indice una rosa.

Malinconie discrete che non sanno star segrete,
le piccole modeste storie mie,
che non si son mai messe addosso il nome di poesie,
amiche mie di sempre, voi sapete!
Ebbrezze conosciute già forse troppe volte:
di giorno bevo l’ acqua e faccio il saggio.
Per questo solo a notte ho quattro soldi di messaggio
da urlare in faccia a chi non lo raccoglie.

Il tuo patrigno era un noto musicista,
tuo padre lo incontravi a qualche mostra .
Bevemmo il tè per terra e mi piaceva quella giostra
di gente nelle storie tue d’ artista.

Mi confidasti trepida non so quale segreto **
dicendo “donna” e non “la cameriera”.
Tua madre aveva un forte mal di testa quella sera:
fui premuroso, timido, discreto.

E tu lontana via nell’ altra stanza, (oss)
non creder che ci sia di meglio attorno:
noi siamo come tutti e un poco giorno dopo giorno
sciupiamo i nostri oggi come ieri. 7*
Ma poi che cosa importa? Bisogna stare ai patti:
non voglio il paradiso né l’inferno.
Se a volte urlo la rabbia, poi dimentico e mi perdo
nei mondi dentro agli occhi dei miei gatti.

Uscimmo un po’ accaldati per il troppo vino nero, ***
danzammo sulla strada, già albeggiava.
Sembrava una commedia musicale americana,
tu non lo sai ma dentro me ridevo.

Sono citate 5 ragazze:
* Eloise Dunn (Usa). Ha riso nel vedere Francesco, non più ragazzino, che ancora leggeva i fumetti.
** La prima moglie.
* ragazza olandese, pittrice, figlia d’arte. Amstel: fiume che attraversa Amsterdam..
** la ragazza citata in “Venerdì Santo”, sua fidanzata per un anno.
*** ragazza americana che ballava il tip tap (in Italia tap dance).
6* “weltanshauung”:concezione della vita.
7* ” sciupiamo i nostri oggi come ieri” cfr. ”L’ oggi ha cambiato facciata, ma di quell’ieri io so” (“tango per due”), “dove è andato l’ieri, oggi se ne andrà” (“un altro giorno è andato”), “quei 4 stracci in cui hai buttato l’ieri” (“quattro stracci) e “nelle lunghe ore d’ inattività e di ieri” (“Gulliver”).

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Annunci
Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

“Canzone per Piero” (commento di A.Morreale)

2489012Sono passati 44 anni da quando ho ascoltato per la prima volta questa canzone, eppure… sembra ieri!
E’ un classico canto gucciniano che si adatta a questo periodo di esami e di concentrazione per gli studenti. E’ stata inserita, infatti, nella prova dell’esame di stato del 2004 tra le fonti sul tema dell’amicizia motivo di ispirazione poetica nella letteratura.
“Trovo imbarazzo ma soddisfazione nel vedere il mio nome accanto a Cicerone, Dante, Manzoni, Verga” ebbe a dichiarare con la solita schiettezza Guccini.
Questi endecasillabi sciolti Francesco li ha pubblicati nel 1974, esattamente 25 anni dopo avere conosciuto Piero -nel 1949 (all’età di 9 anni)- andato a Pavana per vacanza “dopo l’inverno e l’angoscia in città” ad ammirare il Limentra e i monti sovrastanti. “25 anni son tanti e diciamo un po’ retorici che sembra ieri”.
Piero Melandri, per inciso, è il primo presidente dell’ostaria delle dame, fondata nel 1970 da un laico, Francesco Guccini e da un ecclesiastico, il domenicano fra’ Michele Casali: connubio che ha nutrito il corpo ed anche lo spirito, in quanto alcuni giovani frequentanti l’ostaria si recavano poi nella chiesa di san Domenico per confessarsi. Fra Michele ha quindi realizzato quello che Gesù diceva ai suoi apostoli: non state nel chiuso delle sinagoghe (ora chiese) ma andate ad evangelizzare il mondo.
Estremamente poetica e sofferta è la dialettica tra questi due vecchi amici di pensiero, ognuno con le proprie vedute sulla vita. Vengono raccontate le loro esperienze giovanili, le prime avventure con ragazze, le letture (Edgar Lee Master e Leopardi, soprattutto), le idee teologiche, i divertimenti, i loro progetti futuri e i pessimismi che abbondanti trasudano da questo scritto.
L’autore si rifà, forse, ad una delle 24 “operette morali” del poeta di Recanati, al dialogo tra due amici, anch’essi di pensiero, i filosofi Porfirio e Plotino. La conclusione è un invito a sopportare ciò che il destino impone all’uomo, aiutandosi l’un l’altro “per compiere nel miglior modo questa fatica della vita”.
L’influsso leopardiano è innegabile, il confronto con la realtà di ogni giorno gli fa dire: “io appena giovane sono invecchiato, tu forse giovane non sei stato mai; illusioni e parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno, il tempo ci macina, ci stritola”.
C’è il rammarico per “tutti i giorni che abbiamo sprecati”, ossimoricamente, “sdraiati al sole inseguendo la vita”. Il senso della vita che da secoli e secoli gli uomini(filosofi, scienziati,…) hanno cercato di capire, ma…”più mi chiedo e meno ho conosciuto”, chiosa Guccini.
“Cosa siamo e che senso ha mai questo nostro cammino? Io dico sempre non voglio capire, più penso più mi ritrovo questo vuoto immenso”. Non è, infatti, filosofeggiando che si trovano le soluzioni ai dubbi, le risposte alle domande.“Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, o Dio, è stimato un nulla”, chiarisce la Sacra Scrittura.
La mente umana per quanto eccellente sia, non può capire tutto se si affida solo a se stessa, ma se, umilmente, chiede aiuto al Creatore, pian piano tutto potrà essere ad essa rivelato, cioè il meraviglioso senso della vita.
“Esiste Dio?”, il punto non è questo, ma: “dimmi quale umanità vivi e ti dirò qual è il tuo Dio”, perché in qualche Dio (maiuscolo o minuscolo) crediamo. C’è il dio denaro, c’è il dio egoico, ma c’è il Dio vero, il Dio dell’amore, quello che esorta: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ognuno si sceglie il proprio Dio/dio e vive di conseguenza.
“Come rimedio soltanto il dormire” è un topos nelle canzoni di Guccini: “la sola dolcezza del sonno” ( C. della vita quotidiana), “ che il sonno arrivi a poco a poco” (C. per Anna), “ e mi addormento” ( Bisanzio), “la notte, e tutto via, allontanato” ( Argentina).
“Anche la terra dialogando con la luna, riconosce che l’unico conforto che sembrano avere gli uomini sia il dormire (operetta morale n° 8 di Leopardi: “Dialogo della terra con la luna”).
Bella la musica col piano di Tempera (a tratti alla Keith Tippett dei primi King Crimson) in armonia con la chitarra, col vibrafono e con gli altri strumenti.

CANZONE PER PIERO

Mio vecchio amico di giorni e pénsieri da quanto tempo che ci conòsciamo,
venticinque anni son tanti e diciamo un po’ retorici che sembra ieri.
Invece io so che è diverso e tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato:
io appena giovane sono invecchiato, tu forse giovane non sei stato mai.

Ma d’ illusioni non ne abbiamo avute, o forse si, ma nemmeno ricordo,
tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno.

Chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare,
fino al disgusto di ricominciare perché ogni volta è poi sempre lo stesso.
Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea *
su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia su pianti.

Ma più che triste ora è buffo pensare a tutti i giorni che abbiamo sprecati,
a tutti gli attimi lasciati andare e ai miti belli delle nostre estati.

Dopo l’inverno e l’ angoscia in città quei lunghi mesi sdraiati davanti,
liberazione del fiume e dei monti e linfa aspra della nostra età. **
Quei giorni spesi a parlare di niente sdraiati al sole inseguendo la vita, (oss.)
come l’ avessimo sempre capita, come qualcosa capito per sempre.

Il mio Leopardi, le tue teologie: “Esiste Dio ?” Le risate più pazze,
le sbornie assurde, le mie fantasie, le mie avventure in città con ragazze.

Poi quell’amore alla fine reale tra le canzoni di moda e le danze:
“E’ in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Mi ha detto no, non dovrei mai pensare.”
Le sigarette con rabbia fumate, i blue jeans vecchi e le poche lire,
sembrava che non dovesse finire, ma ad ogni autunno finiva l’ estate.

Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi, ma cosa siamo e che senso ha mai questo
nostro cammino di sogni fra specchi, tu che lavori quand’io vado a letto. *

Io dico sempre non voglio capire, ma è come un vizio sottile e più penso
più mi ritrovo questo vuoto immenso e per rimedio soltanto il dormire. **
E poi ogni giorno mi torno a svegliare e resto incredulo, non vorrei alzarmi,
ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male…

* “tu che lavori quand’io vado a letto”cfr. “Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina aprire la persiana“ (“Il pensionato”)
** “per rimedio soltanto il dormire” cfr. “la sola dolcezza del sonno” di “ c. della vita quotidiana”
* ogni cosa si crea su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia su pianti: antitesi.
** Fiume: Limentra che scorre accanto a Pavana. I monti appenninici.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

“Canzone della bambina portoghese” (commento di A. Morreale)

010-praia-dona-ana-tAltro giro, altra corsa, altra canzone: ”sempre uguale, sempre diversa”.
Inizia insolitamente con “E” (come “un altro giorno è andato”, “incontro”, “Farewell”, “e un giorno”) seguita da “poi”, e finisce, nell’ultimo verso, con “e poi” (come nella 2° canzone di notte ).
Guccini osserva, con la solita caratteristica ironia, che la gente “matura”, saputella e integralista si vanta orgogliosamente di conoscere la verità (a volte “fatta di formule vuote…”), il modo di agire, il comportamento corretto del vivere.
Invece, vicino al vero è arrivata una fanciulla in una spiaggia del Portogallo, di fronte all’immenso oceano Atlantico e con alle spalle tutta l’Europa (come Filemazio, ma all’opposto trovandosi quest’ultimo in oriente), attraverso una visione mistica, con cui umilmente capì che ella era un niente, un punto soltanto e, quando stava per avvicinarsi alla verità, si svegliò.
A questo punto cambia il ritmo e il contenuto e si ritorna all’argomento iniziale, facendo notare all’uomo adulto che il tempo, gli anni (l’altro ieri F. è arrivato a quota 78) sono come la folgore, come “una luce accesa e subito spenta”, o “come stanze illuminate di case intraviste di sera da dentro un treno in corsa”: un flash. E leopardianamente conclude : il problema è essere uomini, vivere.
E poi… ascoltando la MUSICA (che richiama certi effetti sonori da cinema di tensione) si apprezza il suono dei vari strumenti, in particolare quello della chitarra “parlante”, descrittiva e del pianoforte.

Canzone Della Bambina Portoghese

1° argomento:
Tante persone erano convinte di sapere la verità (specie quelle appartenenti al “movimento”, come si diceva una volta).

E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote… *
E tutti, sai, ti san dire come fàre, ** Anaf
quali leggi rispettare, quali regole osservàre, qual è il vero, vero…
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte Anaf
per non dir che stelle e morte fan paura…

2° argomento:
Il racconto di una ragazza ventenne (nella canzone:bambina) che era stata in una spiaggia portoghese con davanti l’immenso oceano Atlantico e dietro tutta l’Europa. Situazione simile a quella in cui si trovò Filemazio a Bisanzio: l’Europa alle spalle. In tali condizioni la bambina stava intuendo che la parte estrema dell’Europa non è soltanto un fatto fisico, ma potrebbe essere molto di più. Ma si sentì un nulla ( a differenza di quelli che sanno tutto).

Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese,
non c’eran parole, rumori soltanto come voci sorprese,
il mare soltànto e il suo primo bikini amarànto, *
le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle…

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare…
O sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare,
sentì che era(lei) un punto al limite di un continente,
sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte…

E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire, 6*

che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, quell’oceano infinito…
Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire
e fu solo del sole, come di mani future;
restaron soltanto il mare e un bikini amaranto…

3° argomento: la conclusione del 1°): capisci che il tempo passa molto velocemente e il vero problema è vivere.
E poi e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente
e capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente
e capirai che la vera ambiguità
è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini… **
E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere,
ma il qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere e poi, poi vivere (la vita)
e poi, poi vivere..

L’andamento rimico non è prestabilito: le rime (nel mezzo, infra e a fine verso) sono infatti libere.
Anaf: anafora.
* cose/vuote: assonanza.
** “ il qualcosa che chiamiamo esser uomini” cfr. “ questa cosa che chiami vita”(“lettera”).

* rima infraverso.
6* Forse con un’intuizione si può arrivare vicino alla Verità, ma senza toccarla, senza mai riuscire a metterci le mani sopra.” E qui ci si può collegare ad altre due canzoni: “La verità” e “Shomér, Ma Mi-Llailah?”.
** fare / osservare: rima nel mezzo.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

Bisanzio (commento di A.Morreale)

Un (ma trattandosi di Guccini potremmo dire altro) capolavoro.
In “Metropolis” vengono raccontate in musica tutte le problematiche del vivere nelle varie città, con riferimenti storici e geografici. Nel caso in specie, si parla di Bisanzio(Costantinopoli, adesso Istanbul) nel periodo -il 500- dell’imperatore Giustiniano, sposo di Teodora, lussuriosa ballerina, al confine della civiltà orientale e occidentale, asiatica ed europea (il suggestivo, panoramico ponte sul Bosforo, che io nel 1976 ho attraversato, ce lo rivela), raccontata da Filemazio, filosofo, astronomo, forse saggio, quasi cieco.
Giustiniano era persona virtuosa, assetato però di gloria, collocato da Dante solo nel 2° cielo (quello di Mercurio) del paradiso per avere desiderato, appunto, più i beni materiali che quelli celesti. Ha avuto però il grande merito di risistemare tutte le leggi del diritto civile romano -“Corpus iuris civilis”- utili nei secoli successivi. Si può vedere in un affresco di Lorenzo Lotto nella stanza della signatura dei musei vaticani, mentre riceve dal giurista Triboniano il libro contenente tali leggi.
Anche se lo stesso Dante, quando fa una rampogna contro l’Italia, conclude: a cosa è servito che Giustiniano ordinasse queste leggi se poi nessuno le fa rispettare?
Filemazio e la bambina portoghese: entrambi con alle spalle l’Europa e con lo sguardo rivolto verso l’oriente il primo, verso l’occidente del mondo la seconda. Entrambi hanno delle intuizioni, delle visioni, delle verità non portate completamente a termine.
Filemazio ama il passato, teme il futuro, è confuso tra una civiltà che sta scomparendo ed una nuova che sta arrivando; “siamo di un’ era in transizione fra una civiltà quasi finita ed una nuova inconcepita” aveva già detto G. in “mondo nuovo”. Anche dal punto di vista religioso c’è un nuovo Dio, Gesù Cristo, venuto al mondo da pochi secoli, che si sta facendo conoscere tramite i suoi discepoli che hanno evangelizzato là dove sono stati diasporizzati, ad occidente e ad oriente dalla zona di origine, la Palestina.
La confusione porta Filemazio a dire: “Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile, segreto e ambiguo come la vita” ; si copre il capo e si addormenta.
Musicalmente è molto bella.
Scarna e piacevole è la versione del 1982 registrata dal vivo alle Dame, accompagnata soltanto dalla chitarra ritmica del maestrone e da quella solista (che bravo!) di Flaco Biondini. Buona la voce di Fr. e la contro voce di Juan Carlos.

Bisanzio
Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vAGO,
Vespero non si vede, si è offuscATA, 6*
la punta dello stilo si è spezzATA. 5*
Che oroscopo puoi trarre questa sera, mAGO

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio, *
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest’oroscopo, per divinar responso, 10*
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’ equinozio 11 *
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio. 8*
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando… 12*

Me ne andavo l’ altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion là dove si perde *
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde? 9*

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto… (oss)
ippodromo, bordello e nordici soldati, 7*
Romani e Greci urlate dove siete andati…
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto…

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà, **
di barbari che forse sanno già la verità,
di filosofi e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere…

Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma… (r. ipermetra)

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto, (anaf)
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’ altra notte è andata,
Lucifero è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’ età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento… **

Le rime sono alternate, baciate, infraverso e una ipermetra(non lontANO / la mia mANO, ma).
Oss: ossimoro
Anaf:Anafora. Bisanzio ripetuto più volte ad inizio verso.
6*E’ il pianeta Venere, che emana molta luce; viene chiamata stella. Compare al tramonto col nome di Vespero (stella della sera), poi perde luminosità, per riacquistarla vicino all’alba prendendo il nome di Lucifero (stella del mattino).
5* Sono 3 segni di brutto presagio: la luna rossa, l’assenza di Vespero e la punta della penna che si spezza.
*Stretto del Bosforo: un ponte collega due parti della città, quella orientale e quella occidentale.
* Filemazio: filosofo minore, oltre che protomedico, ecc
** “e mi addormento” cfr. “per rimedio soltanto il dormire” di “ Canzone per Piero”, “dormo anch’io” di “Black-out”, ” la sola dolcezza del sonno” di “C. della vita quotidiana” “e il sonno arrivi a poco a poco” di (C. per Anna).
7* nordici: Celti, come dice Guccini, che hanno schiacciato romani e greci.
8* Nuovo Dio: Cristo.
9* Azzurro e verde: i colori politici dei partiti di quel tempo.
10* Che oroscopo puoi trarre questa sera, Filemazio? “Non ho la conoscenza per capire la volontà degli dei e quindi aspetto che arrivi il nuovo giorno”.
11* Equinozio: dì e notte hanno la stessa durata: in un giorno (di solito il 21) di marzo e di settembre (di solito il 22). La processione degli equinozi è la rotazione della terra attorno alla verticale (come la trottola).
12* Presagio: preavviso sul determinarsi di eventi futuri.
** Empietà: Città irrispettosa delle cose sacre.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

Amerigo (commento di A. Morreale)

Questa canzone è dedicata al prozio Enrico, emigrato verso il 1911, come dice lo stesso titolo, in America. È quello, bassino, in piedi nella foto dell’album “Radici”.
“Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio” (perché a quei tempi s’invecchiava prima), “allora non andavo ancora a scuola” prosegue Francesco. Morì nel 1963 (all’età di 76 anni) quando lui ne aveva 23.
Il protagonista, nato nel 1887, è emigrato come tanti, nei primi anni del 1900 (“aveva il viso dei 20 anni”) nel continente nuovo. Lo aspettava un lavoro duro e faticoso e già sentiva l’odore d’olio e di mare che fa il porto francese di Le Havre (da cui probabilmente è salpato): un anticipo di quello della polvere di carbone della miniera in cui doveva andare a faticare.
Nell’immaginario comune l’America di allora era: il presidente Roosevelt e il suo decreto sulle forze armate, i denti bianchi come la carta patinata, Paperino (nato proprio là), “provincia dolce, mondo di pace”, gli attori (Humphrey Bogart, Ingrid Bergman,… ) dei film storici (Casablanca, Fort Apache, Gunga Din,…), il sogno, la novità.
Si lascia immaginare cosa ha provato Amerigo alla vista di New York: i grattacieli contro i castagni dell’Appennino, il groviglio di strade contro la semplicità del suo paese, il vociare contro il silenzio della sua montagna, l’incomprensibile inglese contro il suo familiare dialetto.
Egli immaginava l’America: un mondo nuovo, un “mondo di pace”. Invece …è stato solo un sogno, la realtà era completamente diversa, era: ”perduto paradiso” (che richiama alla mente il “Paradiso perduto” di John Milton pubblicato nel XVII° secolo che tratta l’episodio biblico della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden), “nevrosi lenta, fatica uguale mattina e sera”, nella miniera sudore d’antracite, assieme ad altri emigrati italiani, negri, irlandesi, polacchi. Finché tornò, come fanno molti: “con pochi soldi e giovinezza ormai finita”, con qualche parola americana (“raif” trasformando il vero nome: “rifle” o “ton”, in realtà “tonne”) e con un’ernia, il cui dolore veniva lenito da quello strano cinto dall’aspetto di una fondina.
Essendo ritornato anziano nel paese d’origine, Fr. non lo ricorda bene, ma -qua è il punto cruciale- dato che è un suo discendente, geneticamente e di conseguenza somaticamente gli somiglia: “ERA IL MIO VOLTO”, anche perchè immedesimandosi nella sua storia lo considera un suo alter ego. Come alter ego erano p.e. Palomar per Calvino, Vitangelo Moscarda per Pirandello,…
Il problema dell’emigrazione è stato affrontato anche da Giovanni Pascoli in “Italy”, una poesia di 450 versi endecasillabi uniti in terzine a rima incatenata come la “Divina commedia”, scritta all’inizio del 1900. Si parla di una famiglia da lui conosciuta, emigrata in America che,dopo tanto tempo, ritorna perchè la figlia, la piccola Molly (nata in Ohio e che conosce solo l’inglese), affetta da tosse tisica si spera possa guarire respirando l’aria del natìo paese dei genitori. Qui i compaesani cercano di farsi capire dicendo qualche parola in inglese (Sweet…, never,… ), c’è chi dice Mèrica per dire America, ma la bambina rispondeva sempre: “Bad Italy! Bad Italy!”, probabilmente volendo significare: “L’italia è cattiva perchè costringe gli italiani ad espatriare”.
Anche Francesco vuole rendersi conto di persona del “sogno americano” tanto in voga negli anni ’40-’70 da recarsi nel continente nuovo (assieme ad Eloise Dunn), da cui però subito è tornato indietro.
Sentita l’interpretazione vocale, ottima l’esecuzione musicale, anche nel “live acustico” di “Se io avessi..”.

Amerigo

Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde, *
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand’io l’ ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola.
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio,
un cinto d’ ernia che sembrava una fondina per la pistola.

Ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni senza rughe
e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo,
parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
e per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: “il fatalismo”.

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre (anaf.)
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
e già sentiva in faccia l’ odore d’ olio e mare che fa Le Havre,
e già sentiva in bocca l’ odore della polvere della mina.

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosevelt, la quinta armata, **
l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino, (anaf)
l’ America era “Life”, sorrisi e denti bianchi su patinata, *
l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta, (ass)
e Gunga-Din , Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache, **
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra. 6*

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino,
dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’ Appennino,
l’ inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, 7*
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d’ antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita,
l’ America era un angolo, l’ America era un’ ombra, nebbia sottile,
l’ America era un’ ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita, 5*
e dire “boss” per capo e “ton” per tonnellata, “raif” per fucile.

Quand’io l’ ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio,
sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo

anaf. : anafora
La poesia è formata da 10 quartine (nell’ultima si ha la ripetizione dell’ultimo verso per tre volte).
La rima è ABAB. Per 9 volte si ha “l’America”, ripetuta anaforicamente per 5 versi di seguito.

*La canzone inizia insolitamente con un avverbio. Anche Leopardi inzia “L’infinito” con un avverbio (“Sempre”).
* *Presidente americano e il suo decreto sulle forze armate. Gi(governament issued:fornitura governativa,cioè personale arruolato nell’esercito).
La quinta armata: the Fifth Army.
* carta patinata, cioè liscia e lucida, come certe riviste. “Life”: settimanale americano. I cartoni di Paperino ideati dall’ americano Walt Disney.
** E’ un film del 1939 basato sul poema omonimo di Kipling. Gunga Din un portatore d’acqua indiano che sacrifica la sua vita per salvare soldati britannici. L’ultimo verso è : «Sei un uomo migliore di quanto io sia, Gunga Din!».
“Ringo” film.
“Forte apache”, film di Jhon Ford.
“Casablanca”, film di Michael Curtiz.
5* “un gioco di quei tanti” invece di “uno dei tanti giochi”.
6*Spettacolare è la frase: ” un sogno lungo il suono…”
7*Solo a lui può venire in mente di fare rimare “duri” con “Missouri”. Notare, inoltre, la bravura del poeta nel fare rimare (solo acusticamente) “pace con apache” e assonare “lenta con Limentra”.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

“Eskimo” (commento di A. Morreale)

È una delle canzoni più osannate di Guccini.
È il seguito di “Vedi cara”, quando finiva la storia (forse per l’eccessiva diversità economica e comportamentale) tra lui di famiglia proletaria e lei, la prima moglie, di famiglia agiata.
Il racconto si snoda attraverso una lunga POESIA di 14 quartine i cui versi si baciano a due a due (quasi sempre) a metà verso, mentre a fine verso presentano rime solitamente tra parole tronche. A volte la rima è solo acustica, non visiva (so/paletot. Hai/ Hi-Fi…); non mancano le assonanze: solo Guccini poteva realizzare uno spettacolo di tale portata.
“Con l’incoscienza dentro al basso ventre” (eufemismo per indicare una certa zona anatomica) “e alcuni audaci in tasca il giornale dell’allora PCI, la paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiamano la maturità” .
Si mettono in evidenza tutte le diversità di pensiero, di stile di vita e di abbigliamento molto in voga negli anni ’60 e giù di lì, tra le opposte classi sociali. Lui con un eskimo (cfr. con montone orientale di “Farewell”) comprato solo 10000 lire (che poi ha continuato ad indossare il fratello), lei col costoso paletot francese, lui ”rivoluzionario” con pochi soldi, lei invece ne aveva tanti, gli pagava il cinema e l’amava nonostante fosse così diverso dai propri modelli stereotipati, lui sognava Dylan e i provos (“i provocatori”, movimento olandese che lottava a difesa dell’ambiente e per l’ecologia), lei fa cose -ormai demodè- lui le faceva avanguardisticamente molto tempo prima.
Adesso l’autore è colpito da un po’ di nostalgia (come capiterà nella canzone “Samantha” o per il colore delle stoviglie regalate all’amica Betty): ora certe cose le faremmo in maniera disagiata, come ai tempi, senza la comoda moquette marca stile nè l’impianto ad alta fedeltà. Perchè? Probabilmente “per avere 15 anni in meno o avere tutto per possibilità”.
Delle discussioni, dei CAROSELLI e degli eroi di quei tempi non è rimasto (siamo appena negli anni ’70) proprio niente”. Nell’ultima frase c’è un esplicito richiamo all’amico vignettista Bonvi assieme al quale aveva realizzato, scrivendo i testi, le gustose scene del carosello televisivo di una nota industria di liquori che terminavano sempre con la frase: “capetano lo possiamo torturare?” detta da Mano di fata, cui Salomone il pirata pacioccone rispondeva: “ma cosa vuoi torturare tu, porta pazienza”.
Acustica e voce con virtuosismi chitarristici.
https://www.youtube.com/watch?v=mwHJPmtc98U

Eskimo
Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l’ estate finiva più “nature” vent’anni fa o giù di lì…
Con l’ incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca “l’Unità”,
la paghi tutta, e a prezzi d’ inflazione, quella che chiaman la maturità…

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perché,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos’ è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent’anni allora, i quasi cento adesso capirai…

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c’ era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletòt

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so, 5*
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletòt… *

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perché mi amavi non l’ ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me…

Infatti i fiori della prima volta non c’ erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch’ io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos **

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell’ LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak (ass)
e noi non l’ avevamo mai fatto e noi che non l’ avremmo fatto mai, **
quell’ erba ci cresceva tutt’ attorno, per noi crescevan solo i nostri guai…

Forse ci consolava far l’ amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla “boia d’ un Giuda” e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può…
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l’Hi-Fi… 6*

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…

Perché a vent’ anni è tutto ancora intero, perché a vent’ anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età,
oppure allora si era solo noi non c’ entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu… *

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s’ è perso o no a quei party… (ass )

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai… 7*

Ass: assonanza

* Paletot: il cappotto elegante e costoso di questa ragazza, in contrasto col modesto eskimo di lui.
** provos: provocatori, movimento dei paesi bassi che, tramite azioni non violente, volevano provocare lo stato a mettere in atto azioni violente;facevano battaglie per l’ecologia.
* “caroselli “: c’è un richiamo all’amico vignettiva Bonvi assieme al quale aveva realizzato, scrivendo i testi, il carosello pubblicitario che trasmetteva la rai dell’amarena Fabbri: Salomone pirata pacioccone (“capetano lo possiamo torturare?”).
** ha divorziato da Roberta, quindi il viaggio di nozze che non avevano fatto , non lo faranno mai.
5* “Lasciammo allora tutti e due un qualcuno” (l’amorosa/o): lui Heloise.
6* stile è una marca di moquette.
7* “saran le ultime oramai”: qui non ha vaticinato correttamente, infatti dopo questa ne ha fatte tantissime di canzoni.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento

“Antenòr” (commento di A.Morreale)

Altra canzone, altra storia. Lunga 62 versi (11 quartine e 6 terzine) è stata influenzata, come ha detto Guccini, da una poesia di Borges intitolata “Il gaucho” e da un romanzo di un altro scrittore argentino Ricardo Guiraldes, dal titolo “Don Segundo Sombra” ed è ambientata in un locale simile a un saloon dei film western, in cui entra questo giovane mandriano della pampa argentina di nome Antenòr (“colui che combatte”), probabilmente di origine europea, molto abile nell’uso del coltello.
Chiedendo da bere, scambia qualche saluto, emette qualche celebre massima, ed è ignaro “che i suoi lunghi domani dipendono dalla brevità di quella sera”. Infatti una persona entrando improvvisamente (”qualcuno entrando nella luce da dentro al buio”, bella espressione che porta subito in mente “le luci nel buio di case intraviste da un treno” di altro testo o “la luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta” della Sacra Scrittura) comincia a insultarlo, citando il nome di una donna da A. non conosciuta o già dimenticata.
Qui è il punto focale, la morale di tutta la storia: non combattendo passerebbe per vigliacco, uccidendo il duellante, sconterebbe la pena. Sconfitto, quindi, qualunque decisione prenda.
Che fare? Guardò gli occhi degli astanti per trovare qualche consiglio, ma quelli non glielo diedero. La scelta in un minuto (“un istante timbra tutto un avvenire”): opta, suo malgrado, per la seconda ipotesi (“quanti sbagli nati per caso”). Lo colpisce col coltello, il sangue zampilla, A. gli offre la mano, ma l’altro niente. Allora fa il gesto finale.
Spunti su cui riflettere: 1) gli episodi della vita a volte ci costringono a fare scelte obbligatoriamente errate (“la vita ci birilla come bocce da biliardo”) 2) la gente che per quieto vivere non si assume la responsabilità di dare consigli.
Adesso tutti sono pronti a parlare! Chi dice “è stato un uomo”, chi: “scappa”, chi con pentimento ”è stata colpa mia a non dissuaderlo” . Troppo tardi! Diventato ”wanted” si deve dare alla fuga come gli ebrei, che non volendo credere al vero Dio, Gesù, sono sempre erranti alla ricerca di un dio che non troveranno mai; non avendo accettato il Principe della pace, Gesù, adesso si fanno guerra in terra di Palestina. Oppure c’è l’altro paragone: secondo una leggenda, nel 1860 una nave, chiamata “olandese volante”, era diretta da Amsterdam a Batavia (l’attuale Giakarta). Nonostante fosse colpita da un forte uragano, il capitano decide di proseguire contro il volere di Dio (un po’ come Odisseus) e affonda. Come contrappasso è costretto a navigare in eterno su un mare con grosse onde, che gli impediscono di tornare a casa.
Sì! È il caso di dirlo: “Quante volte l’orizzonte non va oltre il nostro naso”!
Come al solito ci sono nel testo belle similitudini e metafore:
“garrivano i suoi pensieri come fossero bandiera”, cioè paragonate allo sventolìo festoso che si imprime ai gonfaloni;
“una donna non ricordata ed un uomo mai visto prima lo legavano come la rima lega i versi”.
Note:
”Qualcuno entrando nella luce da dentro al buio” è da confrontare con “le luci dentro al buio” e “la luce della sera fonde col buio” di altre canzoni.
Molto bella è la MUSICA con gli strumenti a corda in primo piano.

Antenòr 8 volte

Si chiamava Antenòr e niENTE, si chiamava Antenòr e bASTA
perché per certa gENTE non importa grado o cASTA, 10*
importa come vivi, ma forse neanche quELLO,
importa se sai usare bene il laccio od il coltELLO…

Antenòr uscì di casa, uscì di casa quella sERA,
garrivano i suoi pensieri come fossero bandiERA, 6* (sim.)
ma gli occhi erano fessura e il viso tirato a brUTTO,
come all’ età in cui credi d’aver fatto quasi tUTTO…

Un cavallo nitrì, ma quando? Una donna rise, ma dOvE?
La luna uno scudo bianco, un carro le stanghe in alto, 8*
chitarra, ozio, parole, chitarra, ozio, parOlE, (ass)

la pampa un ricordo stanco, un mare quell’erba nera, 7*
può darsi fosse romantico, ma lui non lo sapEVA,
ma lui non lo sapeva, ma lui non lo sapEVA… 11*

Quella donna rideva ad ore, quella luna solo uno spUTO **
e per quel cavallo non avrebbe speso anche un minUTO,
è difficile far rumORE sulle cose che ci hai ogni giORNO,
le tue braghe, il tuo sudORE e l’odORE che porti attORNO…

La cantina era quasi vuota, scarsa d’ uomini e d’ allegrIA: 9*
se(tu fossi) straniero l’ avresti detta quasi piena di nostalgIA.
Nostalgia ma di che cosa, d’ un oceano mai guardATO,
di un’ Europa mai sentita, d’ un linguaggio mai parlATO?

Antenòr chiese da bere e scambiò qualche salUTO,
calmo e serio danzò tutto il rituale ormai sapUTO
uomo é uguale coi suoi pari, quasi pari con gli anziANI,
come breve quella sera, come lunghi i suoi domANI.

Proprio allora qualcuno entrANDO nella luce da dentro al buio *
lo insultò appena sussurrANDO, ma sembrava che stesse urlANDO 12*
come per uno schiaffo, come per uno sputo…

Antenòr lo guardò sorprESO, lo studiò e non lo conoscEVA
e il motivo restò sospESO fra la gente ferma in attEsA
e lui non lo sapeva, e lui non lo sapEVA. 13*

Poi sentì di una donna il nome, già scordato o non conosciUTO
quante volte per altri è vita quello che per noi è un minUTO; **
guardò gli uomini per cercare occhi, dialogo, spiegaziONE,
ma se non trovò condanne, non trovò un’assoluziONE…

Antenòr uscì di fuori bilanciando il suo coltELLO
per danzare malvolentieri passi e ritmi del duELLO:
una donna non ricordata ed un uomo mai visto prIMA
lo legavano tra loro come versi con la rIMA.

Fintò basso e scartò di lato, quanti sguardi sentì sul vISO
si sentì migliore e stanco, si sentì come un sorrISO
che serata tutta al contrario, proprio niente da ricordARE,
puntò il ferro contro il viso, vide il sangue zampillARE.

Tutto quanto era stato un lampo, Antenòr respirava fORTE *
fece il gesto di offrir la mANO, guardò l’altro e capì pian piano
che tutto era stato invANO, che l’altro cercava mORTE

e capì che doveva farlo, fARLO in fretta perché non c’ ErA
un motivo per ammazzARLO, l’ altro cadde e non rispondEVA
e lui non lo sapeva, e lui non lo sapEVA. 11*

Antenòr lo guardò cadere, sentì dire “la colpa è mIA”,
sentì dire “è stato un uomo”, sentì dire “fuggi vIA!”
La giustizia disse “bandito”, ma un poeta gli avrebbe dETTO
che era come l’ Ebreo errante, come il Batavo maledETTO…

Quante volte ci è capitATO di trovarci di fronte a un mURO,
quante volte abbiam picchiATO, quante volte subito dURO,
quante cose nate per sbaglio, quanti sbagli nati per cASO,
quante volte l’ orizzonte non va oltre il nostro nASO,

Quante volte ci sembra piana, mentre sotto gioca d’azzARDO,
questa vita che ci birilla come bocce da biliARDO, ***
questa cosa che non sappiamo, questo conto senza gli OSTI,
questo gioco da giocare fino in fondo a tutti i cOSTI…

Abbreviazioni:
sim. : similitudine.
ass.: assonanza

La lunga poesia è formata da 18 strofe: ogni tre quartine (ad eccezione dell’inizio ove sono solo due) si alternano due terzine. Le quartine sono a rima baciata, nelle terzine le rime, in genere imperfette, avvengono solitamente tra il primo e il terzo verso (il quale è la ripetizione di una stessa frase). Non mancano, per completare lo spettacolo, rime a metà verso, interne e nel mezzo.

**”Quella donna rideva ad ore”: eufemismo per indicare una prostituta.
* ”Qualcuno entrando nella luce da dentro al buio” cfr. “le luci dentro al buio”(“c. della triste rinuncia”) “le luci nel buio di case intraviste da un treno” (“incontro”) “la luce della sera fonde col buio” (“c. per Anna”).
** “ Per altri è vita quello che per noi è un minuto” cfr. “un istante timbra tutto un avvenire” ( “Van Loon”).
*** Guccini:”ero in macchina con amici, la macchina era senza freni, svoltando uno ha detto: il camion che c’è dietro ci birilla”.
6* ” I pensieri garrivano” è una metafora, infatti garrire è il movimento festoso delle bandiere.
7* la pampa:pianura argentina.
* respirava forte perchè agitato.
8* Quello che c’è scritto in questi due versi sono pensieri, da dentro il locale, infatti, A. non poteva vedere la luna o il carro.
9* Che dire su questa frase? “La cantina era scarsa d’ uomini e d’ allegria, ma piena di nostalgia”.
10* rime a fine e a metà verso.
11* il terzo verso rima col secondo e assona col primo.
12* Il 2° v (urlando) fa rima nel mezzo col 1°(entrando) e interna (sussurrando).
13* Il 1° v rima col 3° e assona col 2°.

Antonio Morreale

Per visualizzare integralmente i contenuti della sezione “Van Loon – la rubrica di A. Morreale” CLICCA QUI

Pubblicato in Documenti Gucciniani | Lascia un commento